Una canzone per la Mezquita

A Cordoba alloggiammo in un albergo in stile andaluso in posizione strategica. La finestra della stanza affacciava su una delle porte moresche che si aprono nelle mura della Mezquita Catedral. Dentro le alte mura, dopo aver attraversato il patio de los naranjos, si giunge alla Mezquita, simbolo architettonico dell’architettura arabo-andalusa. L’interno è molto, molto suggestivo, costituito nel progetto originario da undici navate, ognuna di esse formata da dodici archi a ogiva in pietra bianca e mattoni rossi che, in prospettiva, sembrano rincorrersi. A questo nucleo, ad opera di sovrani che hanno regnato successivamente, si è aggiunta una seconda costruzione con l’aggiunta di altre dodici navate, e poi ancora, di altre otto. Questi originali ed unici interni a me hanno fatto pensare ad un coro, con le voci che si rincorrono, si rinforzano, si contrastano per confluire in un unico, grande, complesso e ricco flusso sonoro.

Affacciarsi dalla finestra della nostra stanza sulla porta della Mezquita, a pochissimi metri dalle mura, era strabiliante. L’impressione che ebbi dell’aura che emanava mi suggestionò fortemente e stimolò la mia immaginazione. Così le parlai attraverso una canzone:

“Ay Mezquita, cosa mi hai fatto?
La tua luce rosata, la tua struttura dal nucleo antico mi toccano.
Le tue navate scandiscono il ritmo come un flusso ininterrotto di musica,
i tuoi archi scrivono le note come su un pentagramma,
matematica pura con inflessioni melodiose.

Ay Mezquita,
le tue maestose mura di pietra erose dal tempo, consumate dalla Storia
sono ancora in piedi, ostinate e possenti, a comunicare in un idioma antico.
Forse è un parlare alieno ma saggio,
una lingua sconosciuta che racchiude tutta la conoscenza dei mondi,
lingua extra terrestre,
sapienza che onora ogni forma di vita.

Ay Mezquita,
questa notte non ho dormito, sapevo che eri lì,
fuori dalla mia finestra respiravi, occupavi la mia mente,
non potevo fare a meno di pensare a te.
Alitavi un soffio silenzioso, potente,
come un’antenna emittente tra terra e cielo.

Stanotte sbirciavo dalla finestra,
vigile e serena, assetata di conoscenza.
Volevo sapere quante lingue parlavi
scrutavo nel buio per vedere quale colore emettevi.

Il chiarore rosato del mattino ha reso più dolce il mio cammino.

Forse oggi sono più saggia,
o forse ho soltanto visto più cose del mondo,
anche questa è una via per la serenità.

Ho sentito il suono dell’acqua che scorre
senza ostacoli, sgorga e fluisce libera intonando una canzone”.

Carla Visca

Quebec: un tour lungo il corso del San Lorenzo tra cultura e protezione della natura

DIGITAL CAMERA

Un po’ di tempo prima di una partenza mi fermo a pensare: cosa conosco del posto che sto per visitare? Cosa incontrerò in questo viaggio? Pensando al Canada associavo selvagge bellezze naturali, foreste impenetrate dalla luce, aceri con foglie dai caleidoscopici autunnali colori, grandi e navigabili corsi d’acqua, e, oltre questi stereotipi, mi venivano in mente alcuni artisti contemporanei: il musicista Leonard Cohen, autore di raffinate ballate, la scrittrice Alice Munro, di malinconica prosa, Margaret Atwood, romanziera femminista anticipatrice di un inquietante futuro o ancora, il regista de Le invasioni barbariche -pluripremiato film sull’eutanasia- Denys Arcand. Alla parola Canada si allacciava anche Montreal Jazz Festival, evento di richiamo mondiale con concerti all’aperto, nei teatri e nei club e tanta voglia di stare in strada, di festeggiare l’estate. DIGITAL CAMERA

Scavando nella memoria, tra le vicende della nazione affiorava lo sterminio delle popolazioni native da parte dei conquistatori europei, Cartier in testa, ancora perpetuato fino agli anni ’90 del XX secolo attraverso le scuole residenziali istituite con lo scopo di sradicare i bambini delle comunità delle First Nations e cancellarne la cultura. Questi istituti furono teatro di abusi sui minori, per i quali appena nove anni fa il governo canadese ha ufficializzato delle scuse di Stato alle popolazioni autoctone e stanziato fondi per risarcire le famiglie. A queste drammatiche vicende il collettivo letterario Wu Ming ha dedicato ampi e documentati romanzi. Un grave handicap culturale ci induce a considerare il Nord America come il Nuovo Continente: in realtà è giovane soltanto perché non riconosciamo dignità a ciò che accadeva quando le sole popolazioni indigene lo abitavano. La storia si registra dal momento in cui sono arrivati gli europei, è l’amara constatazione.

DIGITAL CAMERA

Il punto di partenza di questo tour canadese è Montreal. Meta: Percé sull’oceano. Tra questi due estremi corre il fiume San Lorenzo, motore economico del Nord America orientale, che attraversa ambienti molto diversi: metropoli e minuscoli villaggi, boschi, scogliere, dune. Montreal sorge su diverse isole sul fiume. Bilingue (qui il fiume si chiama St. Lawrence o Saint Laurent) stimolante con il suo mix di joie de vivre europea e pionierismo nordamericano, multiculturale, è vivace e informale. La gente indugia fino a tardi ai tavolini di bar e ristoranti a chiacchierare in questo mosaico: nel Plateau, quartiere gaudente con ristorantini, caffè, negozietti bio, si trovano villette in stile vittoriano; nella city, poco distante, grattacieli a specchio affiancano chiese neogotiche. DIGITAL CAMERADi fronte alla Vieux Montreal – il cosiddetto centro storico-, c’è il Vieux Port su cui si affaccia Habitat ’67, strano quartiere realizzato da avanguardie architettoniche; dal porto si può raggiungere in battello l’isola del parc Jean Drapeau, dove c’è anche l’interessante installazione della Biosphere. DIGITAL CAMERAArchitetture diverse convivono una accanto all’altra, emblema di una città in cui tante culture si affiancano e si integrano. Da non perdere il magnifico Jardin Botanique –in cui c’è anche un giardino delle First Nations, inaugurato nel 2001- e l’avveniristico Biodome in cui vengono ricreati ecosistemi abitati da animali in carne ed ossa. Al centro di questo caleidoscopio di opportunità c’è il San Lorenzo, ampio e lento, rilucente come acciaio, quasi un mare interno con onde e maree.DIGITAL CAMERA

A Montreal si mangia bene, cucina da tutto il pianeta, e si spende il giusto. Nel resto del Quebec il forte sentimento nazionalista si esprime anche a tavola. Non mancano mai, infatti, gli apprezzamenti calorosi del ristoratore di turno quando si ordinano pietanze dai forti connotati canadesi, come le frittelle con sciroppo d’acero o qualche robusto piatto a base di frattaglie.

Più a nord di Montreal, edificata sopra un costone che guarda le acque grigie del fiume, si trova Quebec City. Il bilinguismo lascia posto al quebecois, il francese parlato oltreoceano. Antica città fortificata, con i suoi oltre … 400 anni, Quebec City offre un centro storico accogliente di stampo europeo e bei panorami da godere passeggiando sopra le mura o sulla terrasse Dufferin. Una corsa di 15 minuti in battello per Levis, sull’altra sponda, consente di apprezzare una panoramica della città il cui aspetto è dominato, soprattutto di sera, dal Chateau Frontenac.DIGITAL CAMERA

Quasi 500 kilometri più su, all’imbocco del fiordo del fiume Saguenay che con le sue acque alimenta il San Lorenzo, c’è Tadoussac, grazioso centro dalle case basse color pastello. Qui si realizza un complicato ecosistema grazie alla corrente artica che arriva dal Labrador attraverso l’estuario, in cui si sviluppa il krill, il cibo preferito dalle balene. Nei mesi di maggio e giugno i cetacei sono qui per la stagione dell’amore e dei parti. DIGITAL CAMERALa crociera per il whalewatching è un imperativo assoluto. Si parte al mattino e si prende il largo attraversando una nebbiolina che avvolge tutto, ma l’umidità e il freddo che si avvertono saranno ben ripagati. Beluga, megattere, balene grandi e piccine, a gruppi, in solitario –dall’acqua spunta anche la testolina di qualche foca-, l’esperienza è entusiasmante e regala un’emozione dietro l’altra. I biologi marini a bordo provvedono a fornire doviziose spiegazioni.

DIGITAL CAMERAPiù a nord si raggiunge Les Escoumins dove, con un po’ di fortuna, si possono avvistare ancora balene. La giornata è bella, il cielo è limpido, in lontananza qualche nuvoletta bianca sembra uno sbuffo di vapore e fa spingere lo sguardo lontano. Sui massi rossicci e tondeggianti si appollaiano i turisti; armati di binocolo aspettano con pazienza: sotto la superficie delle acque appena increspate si vedono grandi ombre. A pochi metri dalla riva, una balena emerge con il suo caratteristico spruzzo, le souffle! Quel suono rimane ben impresso nella memoria, nitido, un respiro potente, le souffle! La balena fa un volteggio e si immerge di nuovo, venti minuti è il tempo che può trascorrere in apnea. Ecco, il cetaceo esce un po’ più in là, grandissimo, maestoso, si offre agli sguardi con una magnifica capriola e si immerge.DIGITAL CAMERA

Con diverse ore di navigazione si cambia sponda e si prosegue verso la penisola di Gaspé, dove approdò Jacques Cartier nel corso delle sue esplorazioni negli ultimi decenni del XVI secolo, e ancora più ad est, verso l’oceano. DIGITAL CAMERALa presenza umana si dirada, i paesi sono case in fila lungo la strada  costiera. L’uomo si misura con la grandezza della natura. La strada è panoramica e costellata da numerosi fari; l’occhio, desideroso di avvistare altri cetacei, guarda sempre verso l’acqua. Siamo ormai all’Atlantico, le maree sono sempre più potenti e lasciano decine di metri di sabbia ridotta in poltiglia. DIGITAL CAMERADIGITAL CAMERALa corsa lungo il fiume è terminata, siamo al cospetto dell’oceano: l’orizzonte è aperto, un brivido ci coglie, insieme a una sensazione di sfida, come se dovessimo andare incontro all’avventura, all’ignoto. Sul promontorio del parco del Forillon un avamposto: una solitaria, suggestiva spiaggia di ciottoli incorniciata da falesie erose dal vento si affaccia sull’Atlantico; migliaia di uccelli hanno nidificato nelle rocce. Il cielo è grigio, così come l’acqua dell’oceano, mobile e scintillante. Proseguendo si arriva a Percé, piccolo centro non privo di charme, punto di partenza per visite guidate al Rocher Percè, una gigantesca falesia forata nell’oceano, raggiungibile a piedi con la bassa marea. DIGITAL CAMERAL’alternativa è il battello per circumnavigare il Rocher e l’isola di Bonaventura, colonizzata da centinaia di migliaia di uccelli acquatici, molto eleganti e monogami: le sule; accanto a loro vivono le urie (cugini volanti dei pinguini) e le foche.

Da qui, appagati e –oserei dire- quasi felici, con una tirata di circa 1000 kilometri rientriamo a Montreal. Tornare in città fa un effetto straniante, dopo essere stati in grandi spazi aperti ed aver percorso, per terra e per acqua, distanze notevoli su rotte non molto battute. Eppure il Canada è anche rapporto tra metropoli e natura che viene preservata orgogliosamente. Polo di ricerca scientifica con quattro università, Montreal è l’indiscussa capitale dell’ambiente naturale: ovunque parchi con laghetti, fontane e giochi d’acqua, popolati da scoiattoli e persone che fanno jogging o socializzano pigramente prendendo il sole sui prati, per i più attivi ci sono centinaia di km di piste ciclabili che avviluppano la città. DIGITAL CAMERAIl Mont Royal, alto 180 metri, è un altro modo attraverso il quale i canadesi si rapportano alla natura, per oziare, fare un pic-nic o riunirsi in gruppi per suonare i tamburi che si odono a distanza.

Carla Visca

Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro reinventano parole e musiche d’ammore

“Canti, ballate e ipocondrie d’ammore” è il titolo del nuovo libro + CD + DVD di Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro edito da Squilibri, presentato a Napoli il 17 febbraio in un happening “sentimentale” all’Hart.

20170217_213129

Si tratta di tre oggetti culturali che si compenetrano tra loro in modo profondo. Allo stesso tempo, ognuno di questi oggetti aggiunge un quid.

Il libro raccoglie testi e fotografie. Importanti protagonisti della cultura italiana sono testimoni dell’arte di  Canio e Alessandro nel capitolo “Compresenze d’ammore”: cantanti, poeti, attori, da Maria Pia De Vito a Gabriele Frasca, da Sonia Bergamasco a Andrea Satta ne esaltano le doti e il valore culturale del loro lavoro.  Si alternano agli scritti le fotografie di Napoli, in un bianco e nero carnoso, scattate da diversi autori (Soriani, Viglione, Di Vilio, Fusto, Merenda, Caracci, Ferrante, Gioberti), che ritraggono una città vivace e antica, sanguigna e ombrosa, popolare e cavernosa, che si identifica nei vicoli con i basoli in basalto percorsi da un’anziana coppia a braccetto oppure nella statua inondata di luce nel cimitero delle Fontanelle oppure, ancora, in quella scritta del chiosco con la serranda abbassata sul lungomare di via Caracciolo, “Taralli caldi”, mentre un’onda si frange e si apre in mille schizzi.

Nella seconda parte del libro i testi sono quelli dei brani del CD composti da Canio Loguercio, di origine lucana, formazione e lunga frequentazione culturale napoletana. La lingua di Napoli è usata da Canio in modo fine e sapiente. Sono parole scelte ed arcaiche, che dentro di noi risuonano, evocano un passato comune, un background che ogni nostra cellula conosce: presentimento, ‘o munaciello, pappaseccia, m’ha miso ll’uocchie ‘ncuollo, anema purgata, core scunsulato, anema prena ‘e cravune ‘e fuoco, amaro ammore, frienno magnanno, ‘a vocca toia m’ ’a sonno a notte, sfaccimma, carna molla, a mana smerza, regina regine’, a file ‘e viento. Ma qui c’è anche il linguaggio contemporaneo urbano ripetuto con ironia al limite del nonsense: keep calm, stai sereno, senza se e senza ma.

20170217_211723

Nel CD si ascoltano tredici brani più una bonus track finale in cui viene ripresa la “Ballata dell’ipocondria o del vibrione innamorato” in forma corale. Si tratta di brani in buona parte facenti parte del repertorio di Loguercio, oggi presentati in una veste completamente rinnovata. Nell’ascoltarle il godimento è assoluto: le parole sono catturanti e sonanti,  in un continuo rinvio di coinvolgimento, malinconia, appartenenza profonda, straniamento, trasgressione. Il suono stesso delle parole è ammaliante, con la voce di Canio, quella voce trasognata, sussurrata, dolente, dissacrante, bestemmiata, volgare e supplicante. “Ferrarella” e “Friariella” hanno un testo ricercato. “Cumpa’” abbina parole e melodia lievissime per cantare l’amico scomparso. In lingua italiana sono “Quasi fosse amore” cantata con Erica Boschiero, malinconica canzone di perduto amore con “montagne di memoria da smaltire”, e “Quello che rimane”. E le voci femminili, -quasi a contrasto- di Erica Boschiero, chiara e cristallina, e di Maria Pia De Vito, intensa e duttile. “Amaro ammore”, “Sona campana”, “Giaculatoria dell’amore indifferente”, “Tragico ammore”, “T’aspetto cca’”, “Uva spina”, “E mo’” sono i titoli dei brani in cui Canio “usa un tono da litania pagana che sa di filastrocca infantile e di requiem insieme: il noto cortocircuito di vita e morte di ogni opera vera”, sottolinea Maria Grazia Calandrone in “Olio, campane e semina”, tra i testi del libro.

Le musiche catturano l’ascoltatore e sono parte integrante dei brani, non sono un semplice accompagnamento ai testi: le melodie (composte da Loguercio ma anche dal compositore ed amico Rocco De Rosa) sono toccanti. La presenza di Alessandro D’Alessandro, giovane organettista originario di Coreno Ausonio in basso Lazio, direttore dell’Orchestra Bottoni –uno straordinario ensemble costituito da giovani suonatori d’organetto, un’eccezionale, originale realtà musicale della nostra penisola-, è spiccatamente innovativa. L’organetto di D’Alessandro si sgancia dagli schemi dello strumento popolare e gioca con il tango, le ballate, l’hip hop e il dub, con la musica da balera, si rende protagonista di citazioni musicali, gioca con il loop. Gli interventi dei musicisti ospiti, anch’essi punti di riferimento della musica d’ispirazione popolare, sono significativi: la rotondità e l’incisività delle chitarre di Cristiano Califano e Giuseppe Spedino Moffa, la sonorità puntiforme ed ossessiva del cavaquinho suonato da Stefano Saletti in “E mo’”, il toccante assolo rock della zampogna di Giuseppe Spedino Moffa in “Cumpà”, la lievità dell’arpa di Giuliana De Donno, la necessità delle percussioni di Gabriele Gagliarini. Ascoltare questi brani fa ribollire dentro di noi un magma culturale comune meridionale, a cui tutti sentiamo di appartenere.

Infine, il DVD di Antonello Matarazzo, -che è anche autore delle immagini dei “santini” che Canio Loguercio distribuisce ai suoi concerti-, che riunisce video nuovi e meno recenti.

20170226_113549

In quello recentissimo ed angosciante di “Ballata dell’ipocondria o del vibrione innamorato” si accosta l’immagine di Canio cadaverico e ospedalizzato (con la partecipazione di tanti amici, da Maria Pia De Vito a Rocco Papaleo, Peppe Servillo, Antonella Costanzo e Nando Citarella), a quelle dell’immaginario collettivo dei battenti di Guardia Sanframondi, con i loro inquietanti cappucci bianchi e il petto macchiato di sangue e di donne velate di nero in processione, per rappresentare il colera, malattia che ha tragicamente inciso nella storia di Napoli, contemporanea e antica. In quello di “Cumpà” con Maria Pia De Vito e Rocco De Rosa (il compositore con cui Loguercio ha collaborato e tuttora collabora),  ci si ritrova a tavola tra amici con un posto vuoto, quello di Pasquale Trivigno scomparso in giovane età, con il quale Canio aveva fondato il gruppo e l’etichetta Little Italy all’inizio degli anni Ottanta. “Amaro ammore” si svolge tra fotoritratti d’epoca e non, e graffiti sui muri. “Miserere”, premiato al Festival d’Arte di Palazzo Venezia nel 2005, racconta una processione in carrozzella tra pozzanghere, pale eoliche e i reperti archeoindustriali di Bagnoli. Un contenuto Extra è la videointervista di Antonello Matarazzo “Confidenze di un artista”. Nel capitolo del libro “Apocondrie digitali” due brevi saggi sulla videomusica di Canio Loguercio e Antonello Matarazzo e sull’ipocondria (piaga o salvezza dell’umanità?) in cui si analizzano i video.

20170217_205950-1

All’happening napoletano hanno preso parte in tanti, oltre ai musicisti: accanto all’atteso “santino”, in distribuzione agli spettatori anche un cioccolatino “ipocondriaco” ideato per l’occasione da Fabrizio Mangoni e lavorato presso le storiche fabbriche di Gay-Odin. Al termine di questo viaggio multimediale e multisensoriale sembra che Canio e Alessandro ci abbiano svelato un po’ della loro anima, dei loro sentimenti più intimi, delle loro ossessioni, dei loro turbamenti e li sentiamo quasi amici. Non si può fare a meno, come è capitato anche a me, di ascoltarli, e riascoltarli. Di commuoversi, di farsi una risata, lasciarsi colpire, stupirsi e poi ascoltarli ancora.

Documentazione foto e video di Carla Visca

“Canti, ballate e ipocondrie d’ammore” di Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro-CD+libro+DVD, ed. Squilibri, 2017.

Carla Visca

Una canzone arbëreshë mi ha portato fin qui

Dal sedile del passeggero scruto un paesaggio quasi lunare. Questa pausa di due giorni a Matera era diventata un miraggio. Nutrivo un’aspettativa che immaginavo con ogni probabilità delusa. Invece poi no, siamo partiti.

Un viaggio breve, brevissimo, stretto tra impegni e preoccupazioni. Una boccata d’aria. Sempre un viaggio è. Un giorno due notti, una corsa, un flash. Ma va bene così.

Adoro sedere accanto a lui mentre guida l’auto quando viaggiamo insieme. Questo piacere è per me una parte fondamentale del viaggio. Decidiamo insieme il percorso. Lui è coscienzioso e attento, guarda avanti e osserva intorno. Io esamino le carte stradali e i cartelli; ci consultiamo quando si presenta un’opzione, oppure un imprevisto.

Scelgo la musica da ascoltare durante il viaggio, anche cercando di intercettare i suoi desideri.
–Puoi mettere qualcosa di grintoso? – è, generalmente, la sua richiesta.
Tra i suoi preferiti, da ascoltare alla guida: Creedence Clearwater Revival, Genesis, CCCP, Rolling Stones. Tra i miei preferiti: Genesis, Pink Floyd, CCCP, Talking Heads.

Stavolta ho portato con me uno strano CD di genere indefinibile, musica di frontiera. Diversi brani sono cantati in arbëreshë, la lingua degli albanesi in Italia.

L’atmosfera liquida di queste melodie non è per niente adatta a un viaggio in auto. Ma io sono colpita da questa musica mai ascoltata prima e da un brano in particolare, cantato dalla splendida voce di una donna. -Portami con te. Qem ma tija-. Immagino quella donna magra e scavata in volto intonare un canto con quelle parole: portami con te. La penso con i capelli lunghi e lisci al vento, gli occhi grandi chiari e tristi: -Portami con te, non mi lasciare qui, non lasciarmi da sola. Portami via, non posso più stare qui-. La sua voce vola e volteggia nel desiderio di non soffrire più, di aprirsi all’amore. La donna è radicata con i piedi nel suolo ma al tempo stesso la sua voce si spinge in alto diventando evanescente. Qem ma tija. Portami con te. Ti prego. Ti prego. Via da qui.

Il nostro viaggio è appena iniziato e siamo già immersi in questo fragile paesaggio del sud d’Italia. I morbidi steli del grano ancora verdi ricoprono le dolci curve delle colline della Daunia. I pali eolici punteggiano le morbide sommità, come sentinelle del territorio, sentinelle animate. Alcune di esse sbucano in modo sorprendente dietro una curva con le loro acuminate lance in movimento. Poi ci immergiamo nel paesaggio della Murgia. Le coltivazioni cedono il passo a boschi e poi a rocce di color grigio. Rocce e ancora rocce che, con la loro impenetrabilità, spingono a chiedersi perché uomini abbiano scelto questi luoghi come insediamento.

dsci2824

Poi, osservando meglio forse se ne capisce il motivo e si comincia a notare che quelle rocce punteggiate di nero nascondono grotte alla cui
ombra uomini e animali hanno certamente trovato riparo. Un torrente sottostante costituiva l’asse, la spina intorno alla quale si svolgevano la pastorizia, la caccia. Ecco, si può immaginare un uomo preistorico che, con le sue potenti, tozze cosce, raggiunge in quattro salti il corso d’acqua.

 

Il viaggio corre veloce e dentro di me continuano a risuonare quei versi. Portami con te.

La visita ai Sassi di Matera è avvincente. Il Sasso Caveoso, con le sue forme arrotondate e le apparenze incompiute, stimola l’immaginazione. Il Sasso Barisano è più moderno, è partito dalla roccia per arrivare alla costruzione, con risultati notevoli e armoniosi.
La casa grotta ci colpisce particolarmente, anche per la stretta convivenza tra uomini e animali. La cantina è giù in fondo, dove non c’è alcuna apertura, né luce né aria. Gli animali erano nel locale adiacente, ed ancor prima, in una grande stanza, gli uomini, accalcati, con il letto matrimoniale alto da terra, lo spesso giaciglio formato da un materasso riempito di paglia, bambini e genitori insieme. L’acqua corrente non esisteva, -e in queste grotte le famiglie hanno vissuto fino alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso-, si attingeva ai pozzi o giù al torrente. I servizi igienici erano costituiti da un alto orinale.

dsci2773dsci2775
E poi le chiese rupestri, esempi commoventi della devozione popolare, come quella di Santa Lucia alle Malve, il cui scavo viene datato intorno al nono secolo d.C., utilizzata dalle monache come luogo di culto. All’interno si trovano numerosi affreschi di impronta bizantina, tra i quali quello di una toccante Madonna che allatta.
Girare nei Sassi può essere faticoso, in alcuni tratti molto impegnativo.

dsci2806

Sotto la chiesa di Santa Maria de Idris, sorta sullo sperone di roccia che sovrasta il Sasso Caveoso, notiamo un piccolo negozio che produce ed espone oggetti d’artigianato per la vendita. Quando entriamo gli occhi devono, gradualmente, abituarsi a quella semi oscurità. Al proprietario piace parlare a voce alta.

Sono colpita da alcune bambole di terracotta. Sono piatte, con un costume tradizionale accennato e appena sottolineato da solchi dorati. Guardo meglio e vedo interi espositori pieni di queste bambole di tutte le dimensioni, alcune molto colorate nei visi e nei costumi. Affascinata, ne scelgo una tra quelle che sembrano più sobrie, color terracotta, con i tratti marcati da un rigo lucente color oro rosso che si intravede soltanto sotto certe angolazioni di luce. Pago l’acquisto al proprietario, che ci tiene a raccontarci la storia della bambola. La Pupa è il suo nome. E’ parte delle tradizioni delle famiglie che praticavano la pastorizia. Era un giocattolo fatto di un particolare tipo di formaggio, il caciocavallo, che i pastori preparavano per i bambini, utilizzando forme in legno per modellarlo. La bambola era un giocattolo ed anche un alimento che gli infanti potevano succhiare e mordere. Così, attraverso il giocattolo, assumevano il latte e il calcio necessari alla dentizione. La Pupa era vestita con una gonna lunga e larga: il costume tradizionale arbëreshë. Nei giorni di festa le donne indossavano uno sull’altro i loro capi più belli dando vita a quell’originale abbigliamento indossato con fierezza.

Nel Sud Italia esistono numerose comunità arbëreshë fondate da persone che, fuggite dall’Albania, a più riprese a partire dal 1400, sono approdate qui. La diaspora è entrata a far parte del loro patrimonio genetico e culturale; le loro canzoni, spesso tristi, al tempo stesso risplendono di una potenza non schiusa.

dsci2765

La nostra visita ai Sassi si conclude davanti a una chiesa, in un piazzale dal quale si può osservare tutto l’insieme, bianco, abbacinante ed esteso che ferisce gli occhi e gli animi. Ci fermiamo a bere dell’acqua e a prendere un caffé in un bar con i tavolini all’esterno, dove sono accomodati turisti nord europei. E’ primavera, ma fa già caldo qui.

Lancio al mio compagno uno sguardo obliquo. Siamo in silenzio, colpiti dall’esperienza di questa visita. Ripenso ancora ai versi di quella canzone: -Portami con te. Qem ma tija-, ripenso al canto accorato di quella donna bionda, a quei versi mesti e splendidi la cui forza ci ha portato fin qui.
Carla Visca